I tesori sono espliciti: grondano, trasudano, accecano, tintinnano, attirano e quasi scherniscono la piratessa che sbarcando arrogante sull’ennesima spiaggia cristallina finalmente inciampa in essi dopo averli lungamente cercati. Un forziere attende impaziente di essere trovato e ammirato e sembra rallegrarsi di quella donna inginocchiata ai suoi piedi. Occhi spalancati, nessuna bellezza a contrastare la luce, le luci di spettri infiniti a prendersi gioco di lei come un’oasi apparsa nel più deserto dei deserti. Ma la storia che vi sto per raccontare consuma un’eccezione: il tesoro non è esplicito e non è la meta della missione bensì ne segna l’avvio per chi ha bisogno di farsi piratessa e afferrare la verità. Lo sbarco avviene di notte là dove gli insonni consumano la loro rivincita nel vedere cose che non si possono incontrare in sogno. Non mi trovavo certo ai Caraibi e sentivo la metropolitana in orario notturno passarmi sotto il pavimento a sei o forse sette piani di profondità. Sedevo sul letto, di quelli rossi, quelli a ponte anni Novanta e le mie gambe unite formavano una sorta di vassoio per ospitare il forziere che mi apprestavo ad aprire. Prima di bere, come in ogni degustazione che si rispetti, decisi di annusare e di osservare. Non fu difficile riconoscere forte e chiaro il profumo di mia nonna Therese, per tutti nonna Ina: inizialmente ipotizzai si trattasse del suo Roget Gallet ma molto più probabilmente doveva essere una mescolanza del suo profumo con la sua crema da notte e qualche buona cipria. Di qualunque essenza si trattasse, quel profumo mi ricordava lei: in quel momento sperai che tale fragranza restasse per sempre imprigionata nel cartone di quella scatola, che giaceva sulle mie ginocchia tremanti per l’emozione. La scatola di medie dimensioni era di colore verde chiaro con tre fiori rosso-arancione stampati sul coperchio. Un numero segnato sul lato corto del parallelepipedo e la scritta “fumé” ad esso affiancata attivarono il mio fiuto investigativo e ipotizzai si trattasse di una vecchia scatola per calze. Ad ogni modo, a dispetto della sua origine direi commerciale, sembrava proprio una scatola di lettere importanti e indicibili segreti. Non senza emozione e nella solitudine di chi voleva inebriarsi, decisi impavida di aprire il tesoro. Sollevai con delicatezza maniacale il coperchio cercando di mantenerlo parallelo alla scatola: nessuno sfregamento accidentale o deviazione dalla giusta traiettoria mi erano concessi. Nonostante fossi certa che il contatto del coperchio con il piumone avrebbe contaminato per sempre quell’oggetto, il più prezioso oggetto di sempre, decisi di correre il rischio e lo posai delicatamente sul letto restando a mani libere per continuare le operazioni. L’istinto di avventarmi voracemente su quello che stavo vedendo era a livelli di guardia, ma riuscii a non rinunciare alla sacralità del processo, trattenni le mie mani e analizzai il contenuto della scatola: le lettere ben ordinate erano impilate con cura e precisione a formare due torrette di uguale altezza. In quel momento immaginai nonna Ina intenta a riporre le missive con l’obiettivo di ridurre il divario di altezza delle due pile. Le lettere erano in alcuni casi imbustate in altre ripiegate in quattro e tutte odoravano di cassetto e di legno. Di nuovo mi colse una fame bulimica: solo la paura di perdermi qualche dettaglio importante mi portò a considerare ogni singola lettera con la dovuta calma. La maggior parte di queste era scritta in francese, facevano eccezione solo alcuni scambi in lingua italiana. Il mittente era quasi sempre il mio bisnonno Helmut Wessel che inviava notizie alla famiglia in Italia e in particolare alla sua primogenita, mia nonna, la giovane Ina. Di lui avevo un ritratto preciso seppur parziale: tedesco di Hannover, figlio di un responsabile di uno zuccherificio, trasferitosi in Francia a Marsiglia per fare il traduttore, parlava sette lingue, amante dei libri, fervente cattolico, pignolo, era spesso fuori casa per lavoro, viaggiava molto, portò il primo albero di Natale a Costigliole, collezionava monete e francobolli, la sua figlia preferita era Ina, mia nonna lo adorava. Fu imprigionato a Cuneo per ragioni politiche non ben chiare e portato poi in qualche luogo da cui non avrebbe più fatto ritorno. Le foto appese in casa di mia nonna a Costigliole restituivano l’immagine di un uomo elegante, di classe, ambizioso, sicuro di sé, curato e oltremodo affascinante. Tutti quegli ingredienti si affacciarono improvvisi alla mia mente: erano lì per essere goduti oppure inevitabilmente e finemente sminuzzati e decomposti a formare altro, un’altra silhouette, un altro uomo. Mi ritrovai di nuovo divisa tra la voglia matta di divorare le parole e prendermi tutto e il desiderio di gustarle, lentamente, con la dovuta compostezza. Io la compostezza l’avevo persa da un po’ ma contavo ancora sulla loro, su quella di Ina, su quella di Helmut. Decisi di richiudere la scatola, avevo già avuto troppo quella notte. Era necessario diluire il piacere della scoperta per farlo durare.


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