Ernest Hemingway visse in albergo per lunghi periodi della sua vita. Un lusso del passato di tanti scrittori alla ricerca di ispirazione e di quiete.
Poi, dodici anni fa come oggi, mi si ruppe il tergicristallo sinistro. Era una giornata di pioggia battente a San Donato Milanese. Maledicendo senza troppa formalità Metanopoli, la mia punto blu elettrico e la vita tutta decisi di accendere la radio nell’attesa che quell’acquazzone non estivo si placasse. Parlavano di un concorso per bamboccioni. Bisognava scrivere un testo che spiegasse la propria “condizione” più o meno giovanile e sperare di risultare tra i finalisti (ebbi poi la conferma che non serviva essere Hemingway per essere considerati). Il primo premio? Un soggiorno di trecentosessantacinque giorni in hotel. Con poco stile ma tanto ardore schiaffeggiai gli avversari con un racconto che parlava di divani Ikea e carta igienica (elemento di tradizione famigliare) e, grazie a uno stuolo di amici votanti (che Dio li benedica), agguantai il primo posto come un pittbull affamato la sua cena. La stanza centocinquantasei all’Ibis Centro di Milano fu mia.
Per sgomberare il campo da dubbi occorre segnalare che in quell’anno di permanenza non scrissi il mio “Addio alle armi”, come fece Hemingway nella centosei del Grand Hotel des Iles Borromées di Stresa. Fu tuttavia l’esperienza più spassosa della mia vita.
