Per i miei quarant’anni mi sono regalata un viaggio in Uzbekistan. Un viaggio di piacere. Ho rischiato di non partire. Poi è arrivata mia sorella a ricordarmi che il desiderio è un dovere e sono partita. Ho fatto bene, anzi benissimo. Qui un elenco non esaustivo di piaceri di cui ho goduto:
- ho sospeso la cura altrui e mi sono occupata di me
- ho sentito il gallo cantare all’alba a Khiva
- ho visto il gas che corre: nel deserto, arrampicato sulle case, creando ponti
- ho ripensato a quanto è bella la geografia dell’energia
- ho incontrato sorprendenti donne viaggiatrici e mi sono di loro dissetata
- ho fatto per la prima volta l’hamman a Bukhara
- ho visto dromedari pascolare
- ho visto ultrasettantenni spogliarsi senza pudore e le ho ammirate
- ho provato per la prima volta la Shisha
- ho conosciuto Nilufar, guida locale che cerca la libertà
- ho desiderato di partecipare alla Samarcanda Marathon
- mi sono sentita sazia di bellezza
- ho ringraziato chi dovevo
- ho capito di odiare l’aneto
- ho provato il desiderio di tornare a casa
- ho diviso la stanza con una donna dalle mille risorse
- ho toccato la via della seta
- ho scritto
- ho volato sopra Baku (vedi “Elogio dell’energia vagabonda”)
- ho mangiato il plov
- ho giocato con il cartellone delle partenze a Istambul
- ho fatto il pieno di: madrase, minareti e moschee
- ho scoperto che nel Paese ci sono tre madrase attive che formano donne imam
- ho visto accudire aiuole fiorite come fossero bambini
- ho visto volti testimoniare l’insalata di etnie che è l’Uzbekistan
In breve, ho fatto il mio dovere.
Postilla: Olivia non è partita con me ma abbiamo viaggiato insieme.
