La liturgia delle Vie dei Canti

Le vie dei canti e le mappe che le rappresentano hanno prima catturato i miei occhi – colori, linee, curve, punti – per poi insinuarsi in un secondo momento altrove. In ragione di questo ho prodotto, con straordinaria superficialità, lo schizzo che vedete in copertina e che non rimuovo per solo dovere di cronaca. Come un bambino cerca di riprodurre lettere o parole dalla scrittura di un adulto senza conoscerne il significato, così ho fatto io.

Mi sono messa poi a studiare Le Vie dei Canti (The Songlines) di Bruce Chatwin (1987) e ho scoperto che le Vie dei Canti sono una geografia e una liturgia. Ho anche scoperto che gli elementi fondanti e la complessità che abitano la storia degli aborigeni australiani difficilmente trovano riparo nei miei edifici mentali (e più in generale in quelli occidentali).

Di seguito riporto gli estratti del testo di cui desidero conservare il ricordo o che mi risuonano per una o tante ragioni.

  • I miti aborigeni sulla creazione narrano di leggendarie creature totemiche che nel Tempo del Sogno avevano percorso in lungo e in largo il continente cantando il nome di ogni cosa in cui si imbattevano – uccelli, animali, piante, rocce e pozzi- , e col loro canto avevano fatto esistere il mondo.
  • La tela raffigura il viaggio dell’Antenato Formica del miele. [pittura pintupi]
  • Mi spiegò che uno degli Anziani kaititj, il vecchio Alan Nakumurra, bloccava i rilevamenti topografici da quattro settimane. Era l’ultimo superstite maschio del suo clan e il “proprietario tradizionale” della terra a nord dell’allevamento di Middle Bore. Quelli della ferrovia avevano fretta di picchettare proprio quel tratto di binari.
  • Nella libreria c’erano classici russi, libri sui presocratici e un bel po’ di studi sugli aborigeni. Tra questi ultimi c’erano due dei miei preferiti: Aranda Traditions e Songs of Central Australia di Theodore Strehlow.
  • Un tjuringa è solitamente una tavola con le estremità ovali, intagliata nella pietra o nel legno di mulga, ricoperta di disegni che rappresentano gli itinerari dell’Antenato del Tempo del Sogno del suo proprietario.
  • Mi raccontò che le donne aborigene hanno i propri cicli di canti e perciò luoghi diversi da proteggere. Fino a poco tempo fa, pochi se n’erano accorti: le donne sono molto più gelose dei loro segreti di quanto non lo siano gli uomini.
  • I bianchi, cominciò, commettevano comunemente l’errore di pensare che gli aborigeni, non essendo stanziali, non avessero nessun sistema che regolasse il possesso della terra. Era una sciocchezza. La verità era che gli aborigeni non potevano immaginare il territorio come un pezzo di terra circondato da frontiere, ma piuttosto come un reticolato di “vie” o “percorsi”. Tutte le nostre parole per “paese” disse “sono le stesse che usiamo per “via”.
  • Alla fin fine è qualcosa di molto simile al canto degli uccelli. Anche gli uccelli stabiliscono i confini del loro territorio per mezzo del canto.
  • Si credeva che ogni antenato, mentre percorreva il paese cantando, avesse lasciato sulle proprie orme una scia di “cellule della vita”, o “bambini spirito”. Bisognava immaginare una donna già incinta che va a fare il suo giro quotidiano in cerca di cibo. D’improvviso pesta un districo e il bambino- spirito salta su, passa per l’unghia dell’alluce e sale nella vagina, o entra in un callo aperto del piede e si installa nel grembo dove feconda il feto con il canto. Il primo calcio del bambino, disse Flynn, corrisponde al momento del concepimento da parte dello spirito. [doppia paternità]
  • Il vecchio Alan era il kirda: cioè il proprietario o il padrone della terra di cui andavamo a fare la mappa. Era responsabile della sua conservazione, doveva assicurarsi che i suoi canti venissero cantati e che i suoi rituali venissero puntualmente celebrati.
  • L’uomo in celeste , d’altro canto, era il kutungurlu di Alan, il suo direttore o assistente. Apparteneva ad un diverso clan totemico ed era un nipote di Alan da parte della madre di quest’ultimo. La parola kutungurlu, del resto, voleva dire “parente uterino”.
  • Senza il permesso del “poliziotto” il “padrone” non può quasi muovere un passo. Tutti e due, mi dice il nipote, sono molto preoccupati che la ferrovia distrugga un importante luogo del Sogno: il luogo dell’eterno riposo di un Antenato Lucertola. Ma decidere se devono o non devono venire con noi spetta a lui, non ad Alan.
    La cosa strabiliante, aggiunse, era che in definitiva la responsabilità della terra non è del proprietario ma di un membro del clan confinante.
  • Arkady srotolò la mappa della zona e fermò gli angoli con delle pietre per impedire alle raffiche di vento di sollevarli. Indicò colline, strade, pozzi, recinzioni e il probabile tracciato della ferrovia. Alan stava a guardare con la padronanza di un generale a una riunione dello stato maggiore. Talvolta chiedeva spiegazioni indicando con un dito il punto della mappa, poi lo ritraeva. Io credevo che facesse solo finta: l’ideale che il vecchio sapesse leggere una mappa non mi aveva nemmeno sfiorato. Ma poi divaricò l’indice e il medio a V, mentre le labbra si muovevano rapide e silenziose, e li spostò su e giù per il foglio come le aste di un compasso. Stava misurando, mi disse poi Arkady, una via del Canto.
  • Era Frank Olson, il proprietario dell’allevamento di Middle Bore. […] Mise la mappa a terra e si accovacciò. “Vediamo cosa combinano quei bastardi” disse astiosamente. Nelle due settimane, ci disse, i bulldozer avevano spianato un bel tratto di bush e si erano fermati davanti alla recinzione meridionale. Se proseguivano lungo lo spartiacque, gli avrebbero buttato all’aria il sistema di raccolta delle acque. In ogni caso vedemmo sulla mappa che il tracciato deviava verso oriente.
  • La collina, disse Arkady, era il luogo dove riposava l’Antenato Lucertola.
  • Arkady si rivolse ad Alan e domandò pacatamente in inglese: “Allora, qual’è la storia di questo posto, vecchio mio?”
  • La Lucertola e sua moglie partirono a piedi per il mare meridionale. La moglie era giovane e bella e aveva la pelle molto più chiara di suo marito. Attraversarono fiumi e paludi finché si fermarono su una collina – la collina di Middle Bore-, e quella notte dormirono lì. Al mattino presto passarono davanti al campo di alcuni dingo, dove una madre stava allattando una cucciolata.”Ah!” esclamò la Lucertola. “Terrò a mente questi cuccioli e più tardi li mangerò”. La coppia proseguì, superò Oodnadatta, superò il lago Eyre e a Port Augusta arrivò al mare. Soffiava un vento tempestoso e la Lucertola si mise a tremare per il freddo. Su un promontorio vicino vide alcuni abitanti del sud intorno al fuoco e disse alla moglie: “Va’ da quelli là e fatti prestare un legnetto acceso”. Lei andò. Ma uno degli abitanti del sud, che concupiva la sua pelle più chiara, le fece la corte e lei acconsentì a rimanere con lui. Allora costui schiarì la propria moglie spalmandola di ocra gialla da capo a piedi e la mandò col legnetto dal viaggiatore solitario. La Lucertola capì di aver perduto la propria moglie soltanto quando l’ocra sbiadì. Pestò i piedi e si gonfiò di rabbia, ma poiché era un forestiero in un paese lontano non poté far nulla per vendicarsi. Con la morte nel cuore si incamminò verso casa con quella moglie sostituita e più brutta. Lungo la strada si fermò ad uccidere i cuccioli di dingo e li mangiò: gli rimasero sullo stomaco e lo facero star male. Quando raggiunse la collina di Middle Bore, si stese per terra e morì …
  • Riattizzai la brace mentre Arkady parlamentava con Alan e l’uomo celeste. Mostrò loro sulla carta topografica che la ferrovia sarebbe passata ad almeno tre chilometri dalla Rocca della Lucertola e li convinse ad approvare, con riluttanza, il progetto.
  • Vicino c’era un affioramento di arenaria […] Arkady disse ad Alan che forse l’ingegnere avrebbe estratto da lì le pietre per la massicciata. Forse l’avrebbe fatta saltare in aria con la dinamite. “Non c’è nessuna storia qui?”. “I figli” ripetè Alan – e con la stessa voce affaticata iniziò a raccontare la storia dei Figli.
  • A lei le donne avevano parlato di una Via del Canto intitolata “Due donne che danzano”, che però non toccava il tracciato della ferrovia.
  • quando gli aborigeni tracciano sulla sabbia un Via del Canto , disegnano una serie di righe inframmezzate da cerchi. La riga rappresenta una fase del viaggio dell’Antenato (di solito il cammino di un giorno). Ogni cerchio è una tappa, un pozzo o un accampamento dell’Antenato.
  • Titus aveva salutato il Land Rights Act come una occasione offerta al suo popolo di tornare nella sua terra – e la sua unica speranza di sottrarsi all’ alcolismo. Detestava le attività delle società minerarie. Con quel decreto il governo si riservava il diritto di sfruttamento di tutti i minerali del sottosuolo e quello di concedere licenze per le ricerche minerarie. In compenso, se le società volevano fare sondaggi in territorio aborigeno, erano obbligate, se non altro, a consultare i “proprietari tradizionali” e, se le operazioni di estrazione iniziavano, a far pagare loro una royalty.
  • quello che lo (Arkady) sconvolgeva era l’idea che ormai erano gli aborigeni stessi a distorcere le proprie leggi per riempirsi le tasche.

La sezione “Dai taccuini” si innesta poi nel libro come un corpo a sé stante e parla del movimento visto come tendenza intrinseca dell’uomo. Qualcosa che mi riguarda molto da vicino.

  • La nostra natura consiste nel movimento. La quiete assoluta è morte. Pascal, Pensées.
  • Sull’espresso della notte da Mosca a Kiev, leggendo la terza Elegia di Donne: Vivere in un unico paese è prigionia,/scorrazzare in tutti i paesi, un esaltante vagabondaggio.
  • Nell’Origine dell’uomo Darwin rileva che in certi uccelli l’istinto migratorio è più forte di quello materno. Una madre, pur di non rinunciare al lungo viaggio verso sud, abbandona gli uccellini nel nido.

Quest’ultimo punto mi sembra cosi parlante che non posso che chiudere qui.


Lascia un commento